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DIRITTO DELLA PROPRIETA' INDUSTRIALE

Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale: nel 2025 superata per la prima volta la barriera dei 10.000 miliardi di dollari in investimenti per beni immateriali.

Gli investimenti mondiali in attività immateriali hanno superato per la prima volta i 10.000 miliardi di dollari nel 2025, confermando il progressivo spostamento del valore economico dagli asset fisici verso software, dati, ricerca e sviluppo, marchi, design, competenze e capitale organizzativo.

È quanto emerge dalla terza edizione del World Intangible Investment Highlights 2026, pubblicata dall’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale – WIPO e dalla Luiss Business School. Il rapporto analizza 29 economie ad alto e medio reddito, rappresentative di circa il 57% del PIL mondiale.

Tra il 2008 e il 2025 gli investimenti immateriali sono cresciuti, in termini reali, a un ritmo 3,6 volte superiore rispetto a quelli in macchinari, attrezzature ed edifici. Nel solo periodo 2020-2025, nonostante l’aumento dei tassi di interesse e l’incertezza economica, la crescita media annua è stata del 5,5%, contro il 3,2% degli investimenti materiali. Gli intangibili rappresentano ormai il 12,8% del PIL delle economie analizzate, superando complessivamente la quota degli investimenti fisici.

La nozione economica di attività immateriale è più ampia rispetto a quella strettamente giuridica di proprietà intellettuale. Comprende infatti:

·        ricerca e sviluppo;

·        software e banche dati;

·        marchi, reputazione e capacità di marketing;

·        design;

·        know-how e capitale organizzativo;

·        processi, modelli operativi e reti commerciali;

·        formazione e competenze del personale.

Una parte significativa di questi asset può essere protetta mediante brevetti, diritto d’autore, marchi, disegni e modelli, diritti sulle banche dati o disciplina dei segreti commerciali. Altri elementi, come procedure, competenze e capitale organizzativo, richiedono invece soprattutto adeguate misure contrattuali, organizzative e di riservatezza.

Il rapporto evidenzia inoltre che circa il 62% degli investimenti immateriali non viene rilevato dalle statistiche ufficiali. Il capitale organizzativo rappresenta oltre il 30% del totale, seguito dalla ricerca e sviluppo, con circa il 21%, dal software e dalle banche dati, dai marchi e dal design.

Software e banche dati costituiscono la categoria cresciuta più rapidamente, con un incremento medio annuo del 7,3% tra il 2013 e il 2023. Seguono il capitale organizzativo e i marchi, rispettivamente con tassi medi del 4,9% e del 4,4%.

I soli investimenti nei marchi hanno ormai superato la soglia di 1.000 miliardi di dollari, a conferma del ruolo assunto dalla reputazione, dalla fiducia dei consumatori e dalla capacità di differenziare prodotti e servizi nei mercati digitali e globalizzati.

Gli Stati Uniti concentrano quasi la metà degli investimenti immateriali considerati dal rapporto, con circa 5.000 miliardi di dollari nel 2025. Seguono il Giappone e la Germania. L’Italia registra investimenti stimati in circa 317 miliardi di dollari, ma figura tra le economie nelle quali, nel periodo 2015-2025, la componente materiale è cresciuta più rapidamente di quella immateriale.

Secondo WIPO e Luiss Business School, l’intelligenza artificiale sta alimentando due distinti cicli di investimento.

Il primo riguarda le infrastrutture materiali necessarie al funzionamento dei modelli avanzati: data center, semiconduttori, reti e sistemi energetici. Questa fase è attualmente molto concentrata negli Stati Uniti e presso un numero limitato di grandi operatori tecnologici.

La seconda ondata, destinata a produrre effetti più diffusi e duraturi, riguarda invece gli investimenti in dati, software, ricerca, competenze, marchi e riorganizzazione dei processi aziendali. Il valore generato dall’IA non dipenderà quindi soltanto dalla disponibilità della tecnologia, ma dalla capacità delle imprese di costruire e governare gli asset immateriali necessari per integrarla nei propri modelli operativi.

La crescita degli intangibili rende necessario affiancare agli investimenti tecnologici una specifica strategia di protezione e valorizzazione giuridica. Le imprese dovrebbero:

·        effettuare un inventario periodico di software, database, marchi, brevetti, design, contenuti, modelli, algoritmi, know-how e processi proprietari;

·        verificare la titolarità degli asset sviluppati da dipendenti, amministratori, consulenti, università, start-up e fornitori esterni;

·        disciplinare nei contratti la proprietà dei risultati, le licenze, i diritti sugli sviluppi successivi e l’utilizzo di componenti di terzi;

·        individuare il know-how strategico e adottare misure idonee a qualificarlo e conservarlo come segreto commerciale;

·        proteggere marchi, nomi a dominio, design e altri segni distintivi nei mercati rilevanti;

·        documentare provenienza, diritti di utilizzo e condizioni di licenza di dati e contenuti impiegati nei sistemi di IA;

·        verificare le licenze del software open source e le possibili conseguenze sulla distribuzione dei prodotti;

·        inserire gli asset immateriali nelle attività di due diligence, valutazione aziendale e gestione dei rischi;

·        predisporre procedure per prevenire l’appropriazione o la dispersione di informazioni riservate in occasione della cessazione di rapporti di lavoro o collaborazione;

·        coordinare la strategia di proprietà intellettuale con cybersecurity, data governance e conformità all’AI Act.

Il rapporto WIPO conferma che il vantaggio competitivo delle imprese risiede sempre meno nella sola disponibilità di beni fisici e sempre più nella capacità di creare, proteggere e sfruttare conoscenze, dati, tecnologie, reputazione e organizzazione. Investire negli asset immateriali senza definirne titolarità, protezione e condizioni di utilizzo può tuttavia determinare perdita di valore, contenziosi e difficoltà nelle operazioni di investimento o acquisizione.

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